Archiviazioni mensili: Novembre 2008

Quello che istintivamente ci piace nei maghi, che ci affascina nei prestigiatori è il fatto che ogni volta sono capaci di sorprenderci. Il loro potere è irresistibile. Sappiamo bene che è impossibile tirare fuori da un cappello vuoto conigli e piccioni, che non si può segare in due una donna e poi farla miracolosamente riapparire tutta intera, eppure siamo pronti a guardare e riguardare la stessa scena, ogni volta contenti di farci ingannare.
Certo, tutto è dovuto a un trucco, ma quasi non lo vogliamo scoprire per non toglierci il piacere dell’illusione. Sappiamo che il mago non cambia la realtà; cambia solo il modo in cui noi la percepiamo. Ma già questo ci lascia a bocca aperta e spesso ci lascia persino con un filo di inconfessata speranza che il mondo possa essere miracoloso come il mago ce lo fa apparire e non com’è.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Ma noi, siamo pronti a cambiare la nostra vita che nella maggior parte dei casi giusta non è? Cambiare è una delle cose più difficili da fare. Il cambiamento ci fa paura e nessuno vuole davvero correggere il proprio modo di vivere. Per questo siamo più favorevoli alla terapia oggettiva; per questo preferiamo curarci l’-asma con l’aerosol, l’allergia con gli antistaminici e il mal di testa con l’aspirina. Questo è molto più facile, e molto più sbrigativo, che mettersi a capire che cosa provoca in noi questi malanni. Se scoprissimo poi che sono dovuti all’abitare in una casa che ci è poco congeniale, alla compagnia di gente insulsa, al mangiare cose sbagliate e al fare un lavoro privo di significato, saremmo disposti a cambiare? Cambiare, come si fa? Questo senso di impotenza aumenta la nostra predisposizione al mal-essere.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Il mondo ci spinge continuamente a comportamenti standardizzati. Non dormi? Prendi il sonnifero! Ma perché? Forse è bello, forse è persino necessario, ogni tanto, stare svegli la notte e avere esperienze che chi dorme non ha. La notte è il momento degli incubi, ma anche delle visioni. La notte è misteriosa, ma proprio per questo è da conoscere

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Per lui tutto era legato. Era convinto che tutto quel che ci succede ha un suo senso, anche se il più delle volte noi siamo incapaci di vederlo. Secondo lui anche il mio malanno ne aveva uno. L’importante era che me ne rendessi conto e questo voleva dire intraprendere un ultimo viaggio: il viaggio di ritorno, come lo chiamava, il viaggio di ogni uomo che si svegli dal sonno della vita dei sensi.
«Capisci? È il momento di tornare a casa, di risalire alle tue origini. E quelle, sappi, sono divine perché sulla scala del tempo noi discendiamo dalla scimmia, ma sulla scala dell’ essere noi veniamo da Dio. Tornare indietro significa reclamare la nostra discendenza divina.»
Come?
«Scavando dentro di te, eliminando via via tutto il belletto della tua personalità, della tua conoscenza per arrivare all’essenza del tuo essere. Ci vuole coraggio », diceva, «perché si tratta di buttare via una cosa dopo l’altra finché non hai più nulla a cui tenerti e scopri che c’è qualcosa che tiene te. Solo allora capisci che quella cosa è tutto ciò che cercavi.»

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Senza che ci fossimo messi d’accordo, il Vecchio e io lasciavamo che i nostri incontri fossero determinati dal caso. Ci incrociavamo sul sentiero durante le nostre passeggiate nella foresta o ci facevamo visita con qualcosa da chiedere o da scambiare. Senza regolarità, senza alcun senso del dovere, non cadendo nella routine.
Quel vedersi, parlare o sedersi nel mio soppalco a bere il tè cinese che io gli versavo dalla bella teiera di Yixing diventava allora un avvenimento di cui lui dava tutto il credito «alle forze dell ‘universo: quelle visibili e invisibili, tangibili e intangibili, maschili e femminili, negative e positive» che si erano unite per rendere possibile il miracolo di quel momento. Scherzava, ma non tanto.
Per lui tutto era legato. Era convinto che tutto quel che ci succede ha un suo senso, anche se il più delle volte noi siamo incapaci di vederlo. Secondo lui anche il mio malanno ne aveva uno. L’importante era che me ne rendessi conto e questo voleva dire intraprendere un ultimo viaggio: il viaggio di ritorno, come lo chiamava, il viaggio di ogni uomo che si svegli dal sonno della vita dei sensi.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

I giorni cominciarono a scorrere, l’uno come l’altro, in assoluta pace: senza programmi, senza aspettative, senza scadenze, tranne quelle consolanti del sorgere e tramontare del sole.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

L’avere quel dubbio mi rattristava, come mi rattristava il non avere la fede e il rendermi conto che per me nel mondo fuori non c’era più molto da scoprire. Fare il cammino all’indietro, in cerca di una saggezza perduta, era inutile perché non esiste un passato d’oro in cui trovare la soluzione per i problemi della nostra vita di oggi, o una medicina per i nostri malanni moderni. Non c’è scorciatoia per risalire alla saggezza. La sola soluzione -ha ragione il Swami- è in noi e la sola scoperta ancora da fare è quella di essere… «il decimo uomo ».

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Ma il mondo è tondo e la vita è un’altalena. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano detto che Babbo Natale era una invenzione. Non esisteva. Voleva che il giornale le dicesse la verità. E il Sun, con un editoriale che oggi nessun giornalista avrebbe più il coraggio di scrivere, rispose: «Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono l’amore, la generosità, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano, e sono le cose che danno alla tua vita la sua bellezza e la sua gioia. Perché le cose più reali sono quelle che né i bambini né i grandi riescono a vedere».

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorarsi qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una parola sola o in un sola parola tutto nascondiamo?
Sto qui, a un passo dal mare, e neanche riesco a capire, lui, dov’è. Il mare

(da “Oceano Mare” di A. Baricco)

Perché nessuno possa dimenticare che non si é mai lontani abbastanza per trovarsi, mai-lontani-abbastanza-per trovarsi- lo erano quei due, lontani, piu’ di chiunque altro

(da “Oceano mare” di Alessandro Baricco)

Nel flusso indefinito del tempo e degli stati d’animo, gran parte della storia è incisa nei sensi. E cose di nessuna importanza, insostituibili, ritornano così all’improvviso, in un caffé d’inverno

(da “Kitchen” di Banana Yoshimoto)

Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro.
L’ampia marea, la marea ansiosa,
è l’eco di un’altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.

(da “Faust” di Fernando Pessoa)

Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.
Bramo con angoscia di fame di carne
quel che non so cosa sia
definitivamente l’indefinito
Dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare
di chi dorme irrequieto, mezzo sognando

(da “Lisbon Revisited” di Fernando Pessoa)

Tutto è ormai una corsa. Si vive senza più fare attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, rimandando al poi quel che si vorrebbe davvero. Sul «poi», non sull’«ora», si concentra l’attenzione. Nelle città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono,. siamo bravissimi a inventarle. (da “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani)

E così, a fatica, riscopriamo che la ruota gira, che il fuoco brucia, che qualcuno ci parla attraverso i sogni e che per stare sani bisogna arrabbiarsi di meno, ridere di più e… tenere in ordine l’intestino. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

La memoria, spesso ce lo dimentichiamo, ci fa strani scherzi. Si ricorda e si dimentica quello che vuole. E lo fa apparentemente senza alcuna ragione: almeno non chiara a noi che spesso crediamo di essere la memoria, o che quella ci appartenga, o che almeno ne siamo i controllori.
I vecchi si arrabbiano, a volte si disperano, quando non ricordano il nome di una persona o la parola giusta per un oggetto e prendono questo come un segno del loro decadere, un segno di qualcosa che improvvisamente non va più. Ma, a pensarci bene, è sempre così: fin da piccoli la memoria si fa i fatti suoi, mettendo da parte ciò che le pare e tirandolo fuori, magari distorto e manipolato, quando noi, per una ragione o un’altra, andiamo a frugare nei suoi recessi. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Ero irritabile, instabile, soggetto a troppi alti e bassi. Gli dissi che mi sembrava di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio: una piccola mossa e tutto appariva verde; ancora un leggero tocco e tutto era rosso, poi nero e poi oro. Volevo fermare il caleidoscopio, così che tutto restasse d’un colore. Volevo mettere fine agli alti e bassi, che tutto fosse pari. Volevo poter sentire Jingle Bells senza dover scappare dal negozio, gli dissi. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci siamo addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Quel che è sorprendente è che facciamo ormai tutto questo con grande naturalezza, ognuno convinto che quello è il suo diritto. Non ci sentiamo in alcun modo parte del tutto. Al contrario. Ognuno si vede come un’entità separata, a sé; ognuno si sente forte del proprio ingegno, delle proprie capacità e soprattutto della propria libertà. Ma è proprio questo sentirci liberi, disgiunti dal resto del mondo, a causarci un gran senso di solitudine e di tristezza. Diamo per scontato solo quel poco che abbiamo attorno e con questo limitato punto di vista non riusciamo a sentire la grandezza del resto di cui siamo pur parte. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Pare proprio di no, visto che il correre sempre più velocemente è diventato il nostro modo di essere. Tutto è ormai una corsa. Si vive senza più fare attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, rimandando al poi quel che si vorrebbe davvero. Sul «poi», non sull’«ora», si concentra l’attenzione. Nelle città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono,. siamo bravissimi a inventarle.
Da ragazzo ho conosciuto uomini che avevano tempo. Erano i pastori dell’Orsigna nell’Appennino toscano, dove andavo in vacanza. Stavano per ore con un filo d’erba in bocca, distesi su un prato in cima a un monte a guardare da lontano il loro gregge e a riflettere, a sognare, a formulare dei versi che a volte scolpivano nelle pietre delle fonti o cantavano la domenica nelle gare di poesia attorno a una damigiana di vino. In India tutti hanno tempo e spesso hanno anche una qualche semplice riflessione da spartire con chi passa, come l’uomo che su una strada di campagna ha un misero baracchino per fare il tè. Te lo porge in una ciotola di terracotta e ti insegna a scaraventarla poi al suolo facendoti notare che torna ad essere parte della terra… con cui si faranno nuove ciotole. Come succede anche con noi. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Si sa, quel che viene da lontano, quel che è misterioso attrae, molto più di quel che si ha sottomano (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Viaggiare. Il picere di una vita. Un desiderio d’adolescente diventato mestiere, un modo di essere. Sempre lo stesso, eppure sempre diverso: prepararsi a partire, andare, scrivere. Ma il senso di tutto questo? Sinceramente, non m’ero mai fermato a chiedermelo.

Ora [...] quel senso m’era chiaro. La ragione di tutto quel muovermi, di quell’andare continuamente fuori in cerca di qualcosa era semplice: io non avevo niente dentro di me. Ero vuoto. Vuoto comìè vuota una spugna, pronta però a riempirsi di quello in cui è tuffata. La metti nell’acqua e d’acqua s’imbeve, la inzuppi nell’aceto e diventa acida. Non avessi viaggiato non avrei mai avuto niente da dire, da raccontare; niente su cui riflettere.

Viaggiare mi esaltava, mi ricaricava, mi dava da pensare, mi faceva vivere. L’arrivo in un paese nuovo, in un posto lontano era ogni volta una fiammata, un innamoramento; mi riempiva di emozioni. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Non bisognerebbe mai tornare nel proprio passato, né -come dicono quei saggi degli indiani- cercare di ripetere oggi quel momento di gioia che già siamo stati fortunati d’avere avuto un tempo (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)