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Forse il mondo è una ferita è qualcuno la sta ricucendo in quei corpi che si mescolano

(Oceano Mare – Baroicco)

La guardò. Ma d’uno sguardo per cui guardare già è una parola troppo forte. Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano – gli occhi e l’immagine- uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l’unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare – vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere – sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire- perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo – ricevere – senza domande, perfino senza meraviglia – ricevere -solo- ricevere- negli occhi – il mondo.

Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare.

da “Oceano Mare” (Baricco)

Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!” E rise ancora. “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. “T’avrò fatto un brutto scherzo…” E rise ancora. “Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere.

(da “Il Piccolo Principe”)

A light here required a shadow there

(Virginia Woolf)

Growing up is loosing some illusions, in order to acquire others

(Virginia Woolf)

Sai qual è un errore che si fa sempre? Quello di credere che la vita sia immutabile, che una volta preso un binario lo si debba percorrere fino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi.
Proprio quando credi di trovarti in una situazione senza via di scampo, quando raggiungi il picco della disperazione massima, con la velocità di una raffica di vento, tutto cambia, si stravolge, e da un momento all’altro ti trovi a vivere una nuova vita!

(Susanna Tamaro – Va’ dove ti porta il cuore)

Voi anime che mirate in alto, ascoltate
la storia di uno sconosciuto

da Lo sconosciuto in “Antologia di Spoon River” di E. L. Masters

Guardati da chi sale al potere
e si teneva su i pantaloni con lo spago

da John Hancock Otis in “Antologia di Spoon River” di E. L. Masters

Perché corri così in fretta di qua e di là
a caccia di moscerini o farfalle?

da Playmouth Rock Joe in “Antologia di Spoon River” di E. L. Masters

I have lost some friends by death … others through the sheer inability to cross the street.

(Virginia Woolf, The Waves)

Il contrasto tra Rousseau e Nietzsche può essere bene illustrato proprio dal diverso atteggiamento che l’uno e l’altro assumono rispetto alla naturalità e artificialità dell’eguaglianza e della diseguaglianza. Nel Discorso sull’originè della diseguaglianza, Rousseau parte dalla considerazione che gli uomini sono nati uguali, ma la società civile, vale a dire la società che si sovrappone lentamente allo stato di natura attraverso lo sviluppo delle arti, li abbia resi diseguali. Nietzsche, al contrario, parte dal presupposto che gli uomini siano per natura diseguali (ed è un bene che lo siano perché, fra l’altro, una società fondata sulla schiavitù come quella greca era, proprio in ragione dell’esistenza degli schiavi, una società evoluta) e soltanto la società, con la sua morale del gregge, con la sua religione della compassione e della rassegnazione, li ha resi eguali. Quella stessa corruzione che, per Rousseau, ha generato la diseguaglianza, ha generato, per Nietzsche, l’eguaglianza. Là dove Rousseau vede diseguaglianze artificiali, e quindi da condannare e da abolire perché in contrasto con la fondamentale eguaglianza della natura, Nietzche vede un’egualgianza artificiale, e quindi da esecrare in quanto riduttiva della benefica diseguaglianza che la natura ha voluto regnasse fra gli uomini.

(da “Destra e sinistra” di N. Bobbio)

[E' come dire che] Tra gli uomini e le donne vi sono differenze, ma fra queste differenze non ce n’è una che giustifichi la discriminazione rispetto al diritto di voto.

(da “Destra e sinistra” di N. Bobbio)

La cultura politica italiana deve riabituarsi al senso delle distinzioni, alla passione analitica, al gusto delle classificazioni e deve perdere, invece, l’attitudine a firmar manifesti, a scendere in campo anche quando gli oggetti del contendere sono confusi e i dati a disposizione incerti e controversi

(di Cofrancesco, da “Destra e sinistra” di N. Bobbio)

L’obiezione coglie nel segno, ma non è decisiva. La distinzione fra una destra e una sinistra non esclude affatto, anche nel linguaggio comune, la configurazione di una linea continua su cui tra la sinistra iniziale e la destra finale, o, che è lo stesso, tra la destra iniziale e la sinistra finale, si collocano posizioni intermedie che occupano lo spazio centrale fra i due estremi, e che viene chiamato, ed è ben conosciuto, col nome di «centro». Volendo civettare con il linguaggio della logica, si può dire che, mentre la visione diadica o assiale della politica può essere definita del
Terzo escluso, secondo cui lo spazio politico viene concepito diviso in due sole parti, di cui l’una esclude l’altra, e nulla tra loro si interpone, la visione triadica, che include fra destra e sinistra uno spazio intermedio, che non è né di destra né di sinistra, ma sta in mezzo all’una e all’altra, si può definire del Terzo incluso. Nel primo caso, i due termini che stanno fra loro in rapporto di «aut aut», si dicono contraddittori, nel secondo caso, in cui esiste uno spazio intermedio indicabile con la formula «né né», si dicono contrari. Niente di male: fra il bianco e il nero, ci può essere il grigio; fra il giorno e la notte c’è il crepuscolo. Ma il grigio non toglie nulla alla differenza fra il bianco e il nero, né il crepuscolo alla differenza fra la notte e il giorno.
Che poi in molti sistemi democratici a pluralismo accentuato il Terzo incluso tenda a diventare tanto esorbitante da occupare la parte più estesa del sistema politico, relegando la destra e la sinistra ai margini, non toglie nulla all’antitesi originaria, ché anzi il centro definendo si né destra né sinistra e non potendosi definire altrimenti, la presuppone e trae dalla esistenza di essa la propria ragion d’essere. A seconda delle stagioni e delle latitudini, il crepuscolo può essere più o meno lungo, ma la maggior o minore durata non cambia nulla al fatto che la sua definizione dipende da quelle del giorno e della notte.
[...]
Diverso dal Terzo incluso, ci sia concessa questa digressione, è il Terzo includente. Il Terzo incluso cerca uno spazio fra due opposti, e incuneandosi tra l’uno e l’altro non li elimina ma li allontana, impedisce che si tocchino e nel toccarsi vengano alle mani, oppure impedisce l’alternativa secca, o destra o sinistra, e consente una terza soluzione. Il Terzo includente tende ad andare al di là dei due opposti inglobandoli in una sintesi superiore, e quindi annullandoli in quanto tali: detto altrimenti, facendone, anziché due totalità di cui ognuna esclude l’altra, e (come il recto e il verso della medaglia) non visibili simultaneamente, due parti di un tutto, di una totalità dialettica (e pertanto non meccanica né organica, ove le parti sono in funzione del tutto, e quindi non antitetiche ma convergenti), una totalità che deriva non dalla combinazione di parti compatibili, e componibili perché compatibili, ma dalla sintesi di due parti opposte, di cui una è l’affermazione o tesi, l’altra è la negazione o antitesi, la terza, come negazione della negazione, è un quid novum, non come composto ma come sintesi. Mentre il Terzo incluso può essere rappresentato dalla formula «né né», il Terzo includente trova la propria rappresentazione abbreviata nella formula «et et».
Nel dibattito politico, il Terzo includente si presenta di solito come un tentativo di Terza via, cioè di una posizione che diversamente da quella del centro non sta in mezzo alla destra e alla sinistra, ma pretende di andare al di là della destra e della sinistra. Praticamente una politica di Terza via è una politica di centro, ma idealmente essa si pone non come una forma di compromesso tra due estremi, ma come un superamento contemporaneo dell’uno e dell’altro, e quindi come una loro simultanea accettazione e soppressione (anziché, come nella posizione del Terzo incluso, rifiuto e separazione). Non Terzo-fra, ma Terzo-oltre, dove il Primo e il Secondo, anziché essere separati l’uno dall’altro e lasciati sopravvivere nella loro opposizione, sono avvicinati nella loro interdipendenza e soppressi per la loro unilateralità. Ogni figura di Terzo presuppone sempre gli altri due: ma il Terzo incluso scopre la propria essenza espellendoli, il Terzo includente nutrendosene; il Terzo incluso si presenta soprattutto come prassi senza dottrina, il Terzo includente soprattutto come dottrina alla ricerca di una prassi che, nel momento in cui viene messa in opera, si realizza come posizione centrista.

(da “Destra e sinistra” di N. Bobbio)

Mia madre aveva dipinto di rosso le rose bianche e ora pretendeva che fossero nate così.

(da “non ci sono solo le arance” di J. Winterson)

Il tempo è un potente anestetico. La gente dimentica, si annoia, invecchia e se ne va.

(da “Non ci sono solo le arance” di J. Winterson)

“C’è questo mondo” e picchiò dimostrativamente la parete, “e c’è quest’altro mondo” disse battendosi il petto. “Se vuoi che abbiano un senso devi tenerli presenti entrambi.”

(da “Non ci sono solo le arance” di J. Winterson)

Quello che istintivamente ci piace nei maghi, che ci affascina nei prestigiatori è il fatto che ogni volta sono capaci di sorprenderci. Il loro potere è irresistibile. Sappiamo bene che è impossibile tirare fuori da un cappello vuoto conigli e piccioni, che non si può segare in due una donna e poi farla miracolosamente riapparire tutta intera, eppure siamo pronti a guardare e riguardare la stessa scena, ogni volta contenti di farci ingannare.
Certo, tutto è dovuto a un trucco, ma quasi non lo vogliamo scoprire per non toglierci il piacere dell’illusione. Sappiamo che il mago non cambia la realtà; cambia solo il modo in cui noi la percepiamo. Ma già questo ci lascia a bocca aperta e spesso ci lascia persino con un filo di inconfessata speranza che il mondo possa essere miracoloso come il mago ce lo fa apparire e non com’è.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Ma noi, siamo pronti a cambiare la nostra vita che nella maggior parte dei casi giusta non è? Cambiare è una delle cose più difficili da fare. Il cambiamento ci fa paura e nessuno vuole davvero correggere il proprio modo di vivere. Per questo siamo più favorevoli alla terapia oggettiva; per questo preferiamo curarci l’-asma con l’aerosol, l’allergia con gli antistaminici e il mal di testa con l’aspirina. Questo è molto più facile, e molto più sbrigativo, che mettersi a capire che cosa provoca in noi questi malanni. Se scoprissimo poi che sono dovuti all’abitare in una casa che ci è poco congeniale, alla compagnia di gente insulsa, al mangiare cose sbagliate e al fare un lavoro privo di significato, saremmo disposti a cambiare? Cambiare, come si fa? Questo senso di impotenza aumenta la nostra predisposizione al mal-essere.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Il mondo ci spinge continuamente a comportamenti standardizzati. Non dormi? Prendi il sonnifero! Ma perché? Forse è bello, forse è persino necessario, ogni tanto, stare svegli la notte e avere esperienze che chi dorme non ha. La notte è il momento degli incubi, ma anche delle visioni. La notte è misteriosa, ma proprio per questo è da conoscere

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Per lui tutto era legato. Era convinto che tutto quel che ci succede ha un suo senso, anche se il più delle volte noi siamo incapaci di vederlo. Secondo lui anche il mio malanno ne aveva uno. L’importante era che me ne rendessi conto e questo voleva dire intraprendere un ultimo viaggio: il viaggio di ritorno, come lo chiamava, il viaggio di ogni uomo che si svegli dal sonno della vita dei sensi.
«Capisci? È il momento di tornare a casa, di risalire alle tue origini. E quelle, sappi, sono divine perché sulla scala del tempo noi discendiamo dalla scimmia, ma sulla scala dell’ essere noi veniamo da Dio. Tornare indietro significa reclamare la nostra discendenza divina.»
Come?
«Scavando dentro di te, eliminando via via tutto il belletto della tua personalità, della tua conoscenza per arrivare all’essenza del tuo essere. Ci vuole coraggio », diceva, «perché si tratta di buttare via una cosa dopo l’altra finché non hai più nulla a cui tenerti e scopri che c’è qualcosa che tiene te. Solo allora capisci che quella cosa è tutto ciò che cercavi.»

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Senza che ci fossimo messi d’accordo, il Vecchio e io lasciavamo che i nostri incontri fossero determinati dal caso. Ci incrociavamo sul sentiero durante le nostre passeggiate nella foresta o ci facevamo visita con qualcosa da chiedere o da scambiare. Senza regolarità, senza alcun senso del dovere, non cadendo nella routine.
Quel vedersi, parlare o sedersi nel mio soppalco a bere il tè cinese che io gli versavo dalla bella teiera di Yixing diventava allora un avvenimento di cui lui dava tutto il credito «alle forze dell ‘universo: quelle visibili e invisibili, tangibili e intangibili, maschili e femminili, negative e positive» che si erano unite per rendere possibile il miracolo di quel momento. Scherzava, ma non tanto.
Per lui tutto era legato. Era convinto che tutto quel che ci succede ha un suo senso, anche se il più delle volte noi siamo incapaci di vederlo. Secondo lui anche il mio malanno ne aveva uno. L’importante era che me ne rendessi conto e questo voleva dire intraprendere un ultimo viaggio: il viaggio di ritorno, come lo chiamava, il viaggio di ogni uomo che si svegli dal sonno della vita dei sensi.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

I giorni cominciarono a scorrere, l’uno come l’altro, in assoluta pace: senza programmi, senza aspettative, senza scadenze, tranne quelle consolanti del sorgere e tramontare del sole.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

L’avere quel dubbio mi rattristava, come mi rattristava il non avere la fede e il rendermi conto che per me nel mondo fuori non c’era più molto da scoprire. Fare il cammino all’indietro, in cerca di una saggezza perduta, era inutile perché non esiste un passato d’oro in cui trovare la soluzione per i problemi della nostra vita di oggi, o una medicina per i nostri malanni moderni. Non c’è scorciatoia per risalire alla saggezza. La sola soluzione -ha ragione il Swami- è in noi e la sola scoperta ancora da fare è quella di essere… «il decimo uomo ».

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Ma il mondo è tondo e la vita è un’altalena. (da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano detto che Babbo Natale era una invenzione. Non esisteva. Voleva che il giornale le dicesse la verità. E il Sun, con un editoriale che oggi nessun giornalista avrebbe più il coraggio di scrivere, rispose: «Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono l’amore, la generosità, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano, e sono le cose che danno alla tua vita la sua bellezza e la sua gioia. Perché le cose più reali sono quelle che né i bambini né i grandi riescono a vedere».

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)

Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorarsi qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una parola sola o in un sola parola tutto nascondiamo?
Sto qui, a un passo dal mare, e neanche riesco a capire, lui, dov’è. Il mare

(da “Oceano Mare” di A. Baricco)

Perché nessuno possa dimenticare che non si é mai lontani abbastanza per trovarsi, mai-lontani-abbastanza-per trovarsi- lo erano quei due, lontani, piu’ di chiunque altro

(da “Oceano mare” di Alessandro Baricco)

Nel flusso indefinito del tempo e degli stati d’animo, gran parte della storia è incisa nei sensi. E cose di nessuna importanza, insostituibili, ritornano così all’improvviso, in un caffé d’inverno

(da “Kitchen” di Banana Yoshimoto)