frammenti da “Rapunzel”

“Qualcosa ti ha fatto arrivare qui, Flynn Rider. Chiamala come preferisci: fato, destino…”

“…un cavallo.”

(Rapunzel)

 
Eugène: Ma so qual è la grande domanda, eh! Io e Rapunzel ci siamo sposati? Sono lieto di dirvi che dopo che lei me l’ha chiesto, e richiesto, e richiesto, e richiesto… Alla fine ho detto sì.
Rapunzel: Eugène…
Eugène: Va bene… Io l’ho chiesto a lei!
Rapunzel: E ora, viviamo per sempre felici e contenti!
(Rapunzel)

 

Gothel: Rapunzel, guarda nello specchio… Lo sai che cosa vedo? Vedo una forte, sicura di sé e bellissima giovane donna

Gothel: Oh guarda… ci sei anche tu?!?!
(Rapunzel)

 
Eugène: Cos’è per te? Perché per me è un po’ è puzza di uomo e un po’ è puzza orribile di uomo… direi a metà tra cane bagnato e bue muschiato.

Sogno – Rapunzel

Eugène: Stai bene?
Rapunzel: Sono terrorizzata.
Eugène: Perché?
Rapunzel: Ho passato diciotto anni della mia vita guardando da una finestra e chiedendomi che cosa avrei provato vedendo quelle luci salire nel cielo. Ma… Se ora, niente di quello che ho sognato si avverasse?
Eugène: Si avvererà.
Rapunzel: E se anche fosse? Che farò poi?
Eugène: Be’, è la parte migliore, direi. Vuol dire che ti cercherai un nuovo sogno.
(Rapunzel)
E’ un piacere spaventare

Sbraitare e ghignare

E sono più crudele di un dentista

Metto tutti kappa-o

Con la mano che non ho

Ma in fondo vorrei essere un pianista

Ah!

Sogno sempre di esibirmi come Mozart

Rubinstein, Beethoven, Debussy

Si, la rissa mi rilassa

Ma la gioia poi mi passa

Vi ringrazio!

Perché il mio vero sogno è questo qui!

(Uncino, “Ho un sogno anch’io” – “Rapunzel”)
Se il sogno chiama, rispondi sì

(“Ho un sogno anch’io” – “Rapunzel”)
In fondo al mio cuore un sogno c’è

(“Ho un sogno anch’io” – “Rapunzel”)
Uncino: Vai, vivi il tuo sogno.
Eugène: Lo farò!
Uncino: Il tuo sogno è una schifezza, dicevo a lei [Rapunzel]!
(Rapunzel)

La felicità – La pazza gioia – Virzì

– Dove stiamo andando?
– Stiamo cercando un po’ di felicità.
– Ma sei scema? E dove si trova?

(“La pazza gioia” – Virzì)

 

“Ma dove si trova la felicità?”

“Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili”

(Beatrice – “La pazza gioia” – Virzì)

Loro lo sapevano, sapevano tutto. Che piangevo, che ho sempre pianto, che piangevo per la scuola, che piangevo per i compiti. Ho sempre pianto. Sono nata triste. Depressione maggiore, hanno detto.

(Donatella – “La pazza gioia” – Virzì)

La propria identità di adulti

Nel nostro universo la vita umana è vissuta così: occorre ricostruire continuamente la propria identità di adulti, un fragilissimo assemblaggio sbilenco ed effimero che maschera la disperazione e racconta a se stesso, davanti allo specchio, la menzogna alla quale abbiamo bisogno di credere.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 86] – Muriel Barbery

Il coro

Io non sono più me stessa, sono parte di un tutto sublime al quale appartengono anche gli altri, e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa non possa essere la regola quotidiana, invece di un momento eccezionale del coro. Quando il coro s’interrompe tutti quanti, con i volti illuminati, applaudono i coristi raggianti. È così bello. In fondo mi chiedo se il vero movimento del mondo non sia proprio il canto.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 179] – Muriel Barbery

Frammenti di “L’eleganza del riccio”

Rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare

“L’eleganza del riccio” [Renée, 13] – Muriel Barbery

 

Dare la caccia alla polvere, del resto, è una sintesi molto eufemistica. Ma nelle case dei ricchi le cose non si chiamano mai con il loro nome

“L’eleganza del riccio” [Renée, 25] – Muriel Barbery

 

Che cos’è un’aristocratica? E’ una donna che, sebbene circondata dalla volgarità, non ne viene sfiorata

“L’eleganza del riccio” [Renée, 26] – Muriel Barbery

 

Dobbiamo concedere agli altri quello che permettiamo a noi stessi

“L’eleganza del riccio” [Renée, 128] – Muriel Barbery

Qualcosa in me sta traslocando

“L’eleganza del riccio” [Renée, 167] – Muriel Barbery

 

La noia nacque un giorno dall’uniformità

“L’eleganza del riccio” [Renée, 156] – Muriel Barbery

 

[Desideravo solo una cosa: che mi lasciassero in pace, che da me non esigessero troppo e che, per qualche attimo al giorno, potessi godere della libertà assoluta di appagare la mia fame.]

Per chi ignora l’appetito il primo morso della fame è al contempo una sofferenza e un’illuminazione.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 36] – Muriel Barbery

 

Il test della susina mirabella colpisce per la sua facilità disarmante. Esso trae la sua forza da una constatazione universale: nel mordere il frutto, l’uomo finalmente comprende. Che cosa comprende? Tutto. Comprende la lenta maturazione di una specie umana votata alla sopravvivenza, che poi un bel giorno giunge all’intuizione del piacere; la vanità di tutti gli appetiti ingannevoli che distolgono dall’aspirazione primaria della virtù delle cose semplici e sublimi; l’inutilità dei discorsi; la lenta e terribile decadenza dei mondi alla quale nulla sfuggirà, e ciò nonostante la meravigliosa voluttà dei sensi che concorrono a insegnare agli uomini il piacere e la spaventevole bellezza dell’Arte.
Il test della mirabella si svolge nella mia cucina. Poggio sul tavolo di formica il frutto e il libro e, addentando l’uno, mi lancio anche sull’altro. Se entrambi resistono ai vigorosi assalti reciproci, se la susina non riesce a farmi dubitare del testo e il testo non giunge a rovinare il frutto, allora so che mi trovo davanti a un’impresa di una certa importanza e, diciamolo pure, inconsueta, perchè ben poche opere non risultano ridicole, insulse e annientate dalla straordinaria succulenza delle piccole delizie dorate.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 48] – Muriel Barbery

 

Antoine Pallières mi ha guardato con l’aria di chi si chiede se ha davvero visto quel che ha visto. Ma siccome è portato a ritenere che succede solo quello che deve succedere, perché i ricchi si convincono che la loro vita segue un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere del denaro, ha deciso di crederci. La nostra capacità di manipolare noi stessi perché lo zoccolo delle nostre credenze non vacilli neanche un po’ è in fenomeno affascinante.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 100] – Muriel Barbery

 

Sotto la campana di vetro cadono i fiocchi di neve.

Quella piccola sfera si materializza davanti agli occhi della mia memoria, sulla scrivania di Madamoiselle, la mia maestra prima di passare alla classe dei grandi, con Monsieur Servant.

Quando eravamo stati bravi, potevamo capovolgerla e tenerla nell’incavo della mano finché non cadeva l’ultimo fiocco di neve ai piedi della torre Eiffel cromata.

Non avevo nemmeno sette anni e già sapevo che la lenta melopea dei corpuscoli ovattati prefigurava ciò che prova il cuore durante una grande gioia.

La durata rallenta e si dilata, nell’assenza di urti il balletto diventa eterno e, quando l’ultimo fiocco si posa, sappiamo di aver vissuto quel “fuori del tempo” che è il segno delle grandi illuminazioni.

Da bambina spesso mi chiedevo se mi sarebbe stato concesso vivere istanti simili, stare al centro del lento e maestoso balletto dei fiocchi di neve, strappata finalmente alla triste frenesia del tempo.

Ci si sente così a rimanere nudi? Privato il corpo degli abiti, la mente resta tuttavia ingombra di ornamenti.

Ma l’invito di monsieur Ozu aveva suscitato in me quella sensazione di nudità completa che è propria solo dell’anima e che, avvolta dai fiocchi di neve, adesso mi provocava nel cuore una sorta di delizioso bruciore.

Lo guardo.

E mi getto nell’acqua nera, profonda, gelida ed incantevole del “fuori del tempo”.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 172] – Muriel Barbery

 

Se c’è una cosa che proprio non sopporto è questa perversione dei ricchi a vestirsi come poveri, con stracci che penzolano, berretti di lana grigia, scarpe da barbone e camicie a fiori sotto maglioni sciupati. Non solo è brutto, ma è pure offensivo; non c’è niente di più spregevole del disprezzo dei ricchi per il desiderio dei poveri.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 236] – Muriel Barbery

 

Mi affascina sempre molto l’abnegazione con cui noi essere umani siamo capaci di consacrare una grande energia alla ricerca del nulla e alla formulazione di pensieri inutili e assurdi.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 241] – Muriel Barbery

 

Forse l’amore materno è questo, l’intuizione nel bel mezzo del disastro, quella scintilla di empatia che alberga nell’uomo anche quando è ridotto a vivere come una bestia

“L’eleganza del riccio” [Renée, 280] – Muriel Barbery

 

La miseria e una falce: miete in noi ogni nostra propensione ad avvicinarci all’altro e ci lascia vuoti, spogli di sentimenti, per darci la forza di tollerare tutto l’orrore del presente. Ma ovviamente non ho nemmeno idee cosi edulcorate; in quell’intuizione di mia madre non c’era per niente amore materno, ma solo la traduzione in gesti della certezza della sventura. E una specie di coscienza innata, radicata nei meandri del cuore, e che ricorda che ai poveri diavoli come noi prima o poi succede sempre che una figlia disonorata tomi a morire tra le mura domestiche in una sera di pioggia.

Lisette visse solo il tempo di mettere al mondo suo figlio. II neonato fece quello che ci si aspettava da lui: mori tre ore dopo. Da quella tragedia, che per i miei genitori rappresentava il normale andamento delle cose, tanto che non ne furono toccati ne più ne meno che se fosse morta una capra, dedussi due certezze: i forti vivono e i deboli muoiono, tra gioie e dolori proporzionati al posto che occupano nella gerarchia sociale; e proprio come Lisette era stata bella e povera, io ero intelligente e indigente, quindi come lei ero destinata alia punizione se solo avessi osato trarre vantaggio dalla mia mente a dispetto della mia classe sociale. In definitiva, poiché non potevo smettere di essere ciò che ero, la mia unica possibilità mi parve quella del segreto: dovevo tacere ciò che ero e non intromettermi mai in quell’altro mondo.

Da taciturna divenni quindi clandestina.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 281] – Muriel Barbery

 

In definitiva, il pugno di ferro del destino che ai bambini nati morti dà una madre morta per aver voluto rinascere

“L’eleganza del riccio” [Renée, 282] – Muriel Barbery

 

Come fa l’ombra a brillare? Brilla, punto e basta.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 298] – Muriel Barbery

 

Care signore.

Care signore che una sera siete invitate a cena da un uomo ricco e simpatico in un ristorante di lusso, comportatevi con la stessa eleganza in ogni evenienza. Che vi stupiscano, vi irritino o vi sconcertino, voi dovete mantenere la stessa raffinatezza impassibile e, di fronte a parole sorprendenti, reagire con la classe che si addice a simili circostanze. Invece di tutto questo, visto che sono una zotica che inghiotte il sashimi come fossero patate, singhiozzo spasmodicamente e, sentendo con spavento che la briciola di eternità mi è andata di traverso, tento con una classe da gorilla di sputarla fuori. Ai tavoli vicini cala il silenzio, mentre io, dopo svariati singulti e con un ultimo spasmo molto melodioso, riesco finalmente a sloggiare il colpevole e, afferrando il tovagliolo, a deporvelo in extremis.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 301] – Muriel Barbery

 

Allora, trasportata dai singhiozzi, lascio sfilare in cuor mio tutta la vita passata nella clandestinità di un’anima solitaria, tutte le lunghe letture recluse, tutti gli inverni di malattia, tutta quella pioggia di novembre sul bel volto di Lisette, tutte le camelie tomate dall’inferno e cadute sul muschio del tempio, tutte le tazze di te nel calore dell’amicizia, tutte le meravigliose parole dalla bocca di Mademoiselle, le nature morte cosi wabi, le essenze eterne che illuminano i loro riflessi individuali, e anche le piogge d’estate che sopraggiungono nella sorpresa del piacere, fiocchi che danzano la melopea del cuore e, nello scrigno dell’antico Giappone, il viso puro di Paloma. E piango, piango irrefrenabilmente di felicità, lacrime calde e copiose e belle, mentre intorno a noi il mondo svanisce e non lascia altra sensazione se non quella dello sguardo di un uomo in compagnia del quale mi sento qualcuno, che mi prende teneramente la mano e mi sorride con tutto il calore del mondo.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 304] – Muriel Barbery

 

Ti ricordi le tazze di tè nella setosità dell’amicizia?

“L’eleganza del riccio” [Renée, 311] – Muriel Barbery

 

Non so bene come spiegare, ma durante lo spostamento il movimento verso in qualche modo ci disgrega: siamo qui e allo stesso tempo non siamo qui perché stiamo già andando altrove, non so se rendo l’idea. Per smettere di disgregarci bisogna stare fermi. O ti muovi e non sei più intero, o sei intero e non ti puoi muovere.

[…]

La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avver­sario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di con­centrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso. Il giocatore maori si trasformava in un albero, una quercia enorme, indistrut­tibile, con radici profonde, un irraggiamento potente, e tutti lo sentivano. Eppure avevamo la certezza che la grande quercia avrebbe anche potuto volare, che sarebbe stata veloce come il vento, malgrado o grazie alle sue profonde radici.

“L’eleganza del riccio” [Paloma] – Muriel Barbery

 

Ma nei manga ho l’impressione che i protagonisti mangino in modo diverso. Sembra tutto semplice, raffinato, misurato, delizioso. Mangiano come se stessero guardando un bel quadro o cantando in un bel coro. Né troppo né troppo poco: misurato, nel senso positivo del termine. Forse mi sbaglio, però la cucina francese mi pare vecchia e presuntuosa, mentre quella giapponese sembra… beh, né giovane né vecchia. Eterna e divina.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 87] – Muriel Barbery

 

Quando penso che c’è gente che non ha la televisione! Ma come fanno? lo ci starei delle ore. Spengo l’audio e rimango a guardare. Ed è come se vedessi le cose ai raggi x. In realtà, togliere il suono è un po’ come togliere la confezione, la bella carta di seta che avvolge una robetta da due euro. Se guardate i servizi del telegiornale in questo modo, ve ne accorgete subito: le immagini non hanno nessun legame tra loro, l’unica cosa che le tiene insieme è il commento che spaccia una serie cronologica di immagini per una successione reale di fatti.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 95] – Muriel Barbery

 

Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 95] – Muriel Barbery

 

Le cose belle dovrebbero appartenere alle belle persone.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 107] – Muriel Barbery

 

La mamma e Colombe sono andate in estasi davanti alia vasca, come se per la nonna potesse essere di qualche utilità una vasca di marmo quando le sue dita sono di cemento…

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 120] – Muriel Barbery

 

Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “ Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!, “Quanto è solida, ingegnosa, acuta!” Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Penso che non ci sia niente di più bello, per esempio, del concetto base della lingua, e cioè che esistono i sostantivi e i verbi. Con questi avete in mano il cuore di qualunque enunciato. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 152] – Muriel Barbery

 

L’evocazione degli alberi, della loro maestosità indifferente e dell’amore che proviamo per loro da un lato ci insegna quanto siamo insignificanti, cattivi parassiti brulicanti sulla superficie terrestre, dall’altro invece quanto siamo degni di vivere, perché siamo capaci di riconoscere una bellezza che non ci è debitrice.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 163] – Muriel Barbery

 

Lei il suo destino ce l’ha già scritto in fronte. Tra quindici anni, dopo aver sposato un riccone, tanto per sposare un riccone, verrà tradita dal marito che cercherà in altre donne quello che la sua perfetta, fredda e frivola sposa è sempre stata assolutamente incapace di dargli diciamolo pure, calore umano e sessuale. E così lei riverserà tutte le sue energie sulle case e sui figli, che ridurrà a cloni di se stessa per vendicarsi inconsciamente. Truccherà e vestirà le figlie come cortigiane di lusso, le getterà tra le braccia del primo finanziere che si presenta e spingerà i figli a conquistare il mondo, come il padre, e a tradire le mogli con ragazze da poco.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 186] – Muriel Barbery

Ma cosa fare dinanzi a un mai più?

Ma cosa fare

Dinanzi a un mai più

Se non cercare

Ininterrottamente

Nelle furtive note?

 

E io? lo che cosa provo? Chiacchiero dei piccoli eventi del 7 di rue de Grenelle ma non sono molto coraggiosa. Ho paura di guardare dentro me stessa e vedere cosa sta succedendo. Mi vergogno anche un po’. Credo che in fondo io volessi morire e far soffrire Colombe, la mamma e papa solo perché ancora non avevo mai sofferto davvero. O meglio: soffrivo senza provare dolore, e tutti i miei bei progetti erano un lusso da ragazzina senza problemi. La lucidità di una bambina ricca che vuole rendersi interessante.

Ma ora, per la prima volta, sono stata male, tanto male. Un pugno nello stomaco, senza respiro, il cuore in poltiglia, lo stomaco completamente spappolato. Un dolore fisico insopportabile. Mi sono chiesta se mai un giorno potrò rimettermi da questo dolore. Volevo urlare dal dolore. Ma non ho urlato. Adesso la sofferenza c’è ancora, ma non mi impedisce più di camminare o di parlare, mentre provo una sensazione di impotenza e assurdità totali. Allora e proprio cosi? Di colpo svaniscono tutte le possibilità? Una vita piena di progetti, di discussioni appena abbozzate, di desideri ancora non esauditi si spegne in un secondo, e non rimane più niente, non c’è più niente da fare, non si può più tomare indietro?

Per la prima volta in vita mia ho sperimentato il senso delle parole mai più. Beh, è una cosa terribile. Le pronunciamo cento volte al giorno, ma non sappiamo cosa stiamo dicendo se non ci siamo ancora confrontati con un vero “mai più”. In fondo ci illudiamo sempre di poter controllare ciò che accade; nulla ci sembra definitivo. Anche se in queste ultime settimane dicevo che presto mi sarei suicidata, non so se ci credessi veramente. Ma questa decisione mi faceva davvero provare il senso della parola “mai”? Niente affatto. Mi faceva provare il mio potere di decidere. E penso che, qualche istante prima di mettere fine alia mia vita, “finito per sempre” sarebbe rimasta ancora un’espressione vuota. Ma quando qualcuno a cui vuoi bene muore… allora posso dire che capisci cosa significa, ed è una cosa che fa molto molto male. E come un fuoco d’artificio che si spegne di colpo e tutto diventa nero. Mi sento sola, malata, ho la nausea e ogni movimento mi costa uno sforzo immane.

[…]

Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita e cosi: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non e più lo stesso. E come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.

Sì, e proprio cosi, un sempre nel mai.

 

Non preoccuparti, Renèe, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente.

Perché d’ora in poi, per te, andrò alia ricerca dei sempre nel mai.

La bellezza, qui, in questo mondo.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 315] – Muriel Barbery

E poi sorridi o piangi la fortuna

Se vuoi guarire
devi curare gli altri
e poi sorridi
o piangi la fortuna
che la tua sorte muta

E poi, soprattutto, ho provato un’altra cosa, un sentimento nuovo – e nel metterlo nero su bianco mi sono proprio commossa, tanto che ho dovuto poggiare la penna due minuti, il tempo di piangere. Ecco cos’ho provato: ascoltando madame Michel, vedendola piangere e specialmente intuendo quanto le facesse bene raccontare a me tutte quelle storie, ho capita una cosa: ho capito che soffrivo perché non potevo fare del bene a nessuno attorno a me. Ho capito che ce l’avevo con papa, con la mamma e in particolare con Colombe perché non so come essere utile, perché non posso fare niente per loro. La loro malattia é a uno stadio troppo avanzato e io sono troppo debole. Io vedo i loro sintomi, ma non sono capace di curarli, e cosi anch’io sono malata quanto loro, ma non lo vedo. Invece, tenendo la mano di madame Michel mi sono accorta che anch’io sono malata. Comunque sia, una cosa e certa: non posso curarmi punendo quelli che non posso guarire. Forse devo ripensare a tutta la storia dell’incendio e del suicidio. Tra l’altro devo proprio ammetterlo: non ho più tanta voglia di morire, ho voglia di rivedere madame Michel, Kakuro e Yoko, la sua nipotina cosi imprevedibile, e chiedere aiuto a loro. Beh, certo non mi presenterò dicendo: please, help me, sono una bambina con tendenze suicide. Al contrario, ho voglia di lasciare che siano gli altri a farmi del bene: dopotutto sono solo una bambina infelice, e anche se sono estremamente intelligente fa lo stesso, no? Una bambina che nel momento peggiore ha avuto la fortuna di fare degli incontri felici. E poi, moralmente, che diritto ho di lasciar passare tutta questa fortuna?

Boh. Non ne ho idea In fin dei conti questa storia e una tragedia. Ci sono persone valorose, meglio cosi! avevo pensato, ma poi che tristezza! Finiscono sotto la pioggia! Non so più cosa pensare. Per un momento credevo di aver trovato la mia vocazione; credevo di aver capita che per curarmi dovevo curare gli altri, solo quelli “curabili” pero, quelli che possono essere salvati, invece di tormentarmi perché non riesco a salvare il prossimo. Allora cos’e, dovrei fare il medico? Oppure la scrittrice? In fondo é un po’ la stessa cosa, no?

E poi, per una madame Michel chissà quanta Colombe, quanti tristi Tibère!

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 284] – Muriel Barbery

Diventare quello che ancora non siamo

Allora ho provato una grande sensazione di felicità. E’ la prima volta in vita mia che incontro qualcuno di cui non riesco a prevedere il destino, qualcuno le cui strade della vita rimangono aperte, qualcuno pieno di freschezza e di possibilità. Mi sono detta: “Eh sì, ho provo voglia di vederla crescere Yoko.” E sapevo bene che non era una semplice illusione legata alla sua tenera età, perché tra i figli degli amici dei miei genitori nessuno mi ha mai fatto questa impressione. Ho pensato che anche Kakuro doveva essere così da piccolo, e mi sono chiesta se qualcuno, allora, lo avesse guardato come io stavo guardando Yoko, con piacere e curiosità, aspettando di vedere la farfalla uscire dal bozzolo, fiduciosa nei disegni ignoti delle sue ali. […]

E io? Mi si vede già il destino scritto in fronte? Se voglio morire è perché credo di sì.

Ma se nel nostro universo esiste la possibilità di diventare quello che ancora non siamo… saprò coglierla e trasformare la mia vita in un giardino diverso da quello dei miei padri?

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 189] – Muriel Barbery

L’amore dev’essere un fine

Stranamente Marguerite ha una visione intellettuale dell’amore, io invece sono un’inguaribile romantica. Lei considera l’amore il frutto di una scelta razionale (tipo http://www.inostrigusti.com), mentre per me I’amore nasce da un’incantevole pulsione. Su una cosa però siamo d’accordo: l’amore non deve essere un mezzo, l’amore deve essere un fine.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 188] – Muriel Barbery

Chi sei? Vuoi parlare con me?

E’ la prima volta che incontro qualcuno che si preoccupa di me quando mi parla: non aspetta l’approvazione o il disappunto, mi guarda con l’aria di dire: “Chi sei? Vuoi parlare con me? Mi fa proprio piacere stare con te!” Ecco cosa volevo dire con la parola gentilezza, questo modo di fare che dà all’altro la sensazione di esserci

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 163] – Muriel Barbery

L’intelligenza

Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l’analisi.  […] Subire il fascino dell’intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l’intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n’è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l’intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C’è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l’intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l’impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l’oscurità della sua espressione. […]

Morale: meglio essere un monaco pensante che un pensatore postmoderno

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 160] – Muriel Barbery

La musica

Se la mattina ascolto un po’ di musica é per un motivo molto banale: dare alla giornata la sua giusta intonazione. E’ semplicissimo, ma anche un po’ difficile da spiegare: credo che possiamo scegliere il nostro umore perché abbiamo una coscienza dotata di diversi stadi ai quali è possibile accedere. Ad esempio, per scrivere un pensiero profondo devo entrare in uno stadio molto speciale, altrimenti idee e parole stentano ad arrivare. Devo lasciarmi andare e nello stesso tempo essere superconcentrata. Ma non é una questione di “volontà”, é un meccanismo che mettiamo o meno in funzione, come per grattarsi il naso o fare una capriola all’indietro. E per metterlo in funzione non c’é niente di meglio di un brano musicale. Ad esempio, per rilassarmi ascolto qualcosa che mi faccia raggiungere una sorta di umore distante, in cui le cose non mi toccano veramente, in cui vedo le cose come se stessi guardando un film: un livello di coscienza “distaccata”. In genere per questo stadio ci vuole del jazz oppure, i Dire Straits (viva gli mp3!), efficaci più a lungo ma con effetti che si percepiscono più lentamente.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 149] – Muriel Barbery

Abbiamo rinunciato all’incontro

E’ da un pezzo che anch’io nutro dei sospetti su di lei. Da lontano è proprio una portinaia. Da vicino… beh, da vicino… c’è qualcosa di strano. Colombe la odia e pensa che sia un rifiuto dell’umanità. Per Colombe, a ogni modo, chiunque non corrisponda ai suoi modelli culturali è un rifiuto dell’umanità, e i modelli culturali di Colombe sono il potere sociale sommato alle camicette firmate agnès b. Madame Michel… Come dire? Trasuda intelligenza. Eppure si sforza, già, si vede che fa tutto il possibile per entrare nel ruolo della portinaia e sembrare stupida. Ma io l’ho osservata quando parlava con Jean Arthens, quando parla a Neptune alle spalle di Diane, quando guarda le signore del palazzo che le passano davanti senza salutare. Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori e protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

[…]

Ecco quindi il mio pensiero del giorno: per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre. Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. Quando mia madre offre degli amaretti di Ladurée a madame de Broglie, non fa che raccontare a se stessa la storia della sua vita, sgranocchiando il proprio sapore; quando papa beve il caffé leggendo il giornale, si contempla in uno specchio tipo autosuggestione cosciente del metodo Coué; quando Colombe parla delle conferenze di Marian, blatera davanti al riflesso di se stessa, e quando le persone passano davanti alia portinaia, non vedono nulla perché li non si vedono riflesse. Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 137] – Muriel Barbery

Invecchieremo

E al contrario, non bisogna affatto dimenticare. Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare (e così affidano alla casa di riposo il compito di accompagnare i genitori alla morte per evitare scenate o seccature), la gioia inesistente di quelle ultime ore che bisognerebbe gustare fino in fondo, e che invece subisci rimuginando nella noia e nell’amarezza. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine é solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta. Colombe crede che e possibile “affrettarsi a dimenticare” perché la prospettiva della vecchiaia per lei e ancora lontanissima, come se la cosa non la riguardasse, io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.  

Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.  

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 123] – Muriel Barbery

Vita

Negli scacchi, per vincere bisogna uccidere. Nel go, bisogna costruire per vivere.

[…]

Se penso al go… Un gioco che ha come scopo la costruzione di un territorio è per forza un bel gioco. Ci possono essere delle fasi di combattimento, ma sono solo in funzione della meta finale, far vivere i propri territori. È dimostrato che nel go per vincere bisogna vivere, ma anche lasciare vivere l’avversario, e questo è uno degli aspetti più riusciti. Chi è troppo avido perde la partita: è un sottile gioco di equilibri in cui bisogna essere in vantaggio senza schiacciare l’altro. In fin dei conti, la vita e la morte sono solo le conseguenze della solidità o meno di una costruzione. Lo dice uno dei personaggi di Taniguchi: vivi, muori, sono solo conseguenze. E’ una massima del go e una massima di vita.

Vivere, morire: sono solo le conseguenze di ciò che abbiamo costruito. Quello che conta è costruire bene. Allora, ecco, mi sono imposta un altro vincolo. Smetto di demolire e disfare, e comincio a costruire. Farò qualcosa di positivo anche con Colombe. Quello che conta è cosa facciamo quando stiamo per morire, e il 16 giugno prossimo voglio morire costruendo.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 106, 108] – Muriel Barbery

Sincronismo

La cosa più divertente è quando i tuffatori hanno due strutture corporee diverse: uno piccolino e tarchiato accanto a uno alto e filiforme. Viene da dire: dal punto di vista fisico non può funzionare, non possono partire e arrivare nello stesso momento, e invece ci riescono, pensate un po’. Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. In realtà ho trovato del materiale per il mio Diario nel momento in cui sul trampolino si sono presentate due ragazze cinesi. Due divinità longilinee con delle trecce nere e lucenti che avrebbero potuto essere gemelle tanto si somigliavano, ma il commentatore ha tenuto a precisare che non erano nemmeno sorelle. Insomma, sono arrivate sul trampolino, e lì immagino che tutti abbiano fatto quello che ho fatto io: trattenere il respiro.

Dopo alcuni slanci eleganti, sono saltate. Per i primi microsecondi è stato perfetto. Dentro di me ho provato la stessa perfezione, pare che sia una storia di “neuroni specchio”: quando guardiamo qualcuno compiere un’azione, nella nostra testa si attivano gli stessi neuroni attivati da chi compie l’azione, senza che noi facciamo nulla. Un tuffo acrobatico senza muoversi dal divano, sgranocchiando patatine: è per quello che ci piace guardare lo sport in tivù. Insomma, le due grazie saltano e la prima fase è una cosa meravigliosa. Poi invece, l’orrore! All’improvviso sembra che tra di loro ci sia un leggerissimo sfasamento. Tutti a scrutare lo schermo col cuore in gola: non c’è dubbio, c’è uno sfasamento. Lo so che è assurdo descriverlo così, visto che il salto non dura più di tre secondi in tutto, ma proprio perché dura solo tre secondi guardi ogni fase come se durasse un secolo. Ed ecco che salta all’occhio, non si può più far finta di niente: sono sfalsate! Una di loro entrerà nell’acqua prima dell’altra! È terribile!

Mi sono ritrovata a urlare davanti alla televisione: dài, raggiungila! Raggiungila, forza! Ho provato una rabbia incredibile verso quella che aveva cincischiato. Sono sprofondata di nuovo nel divano, con il voltastomaco. Allora, come la mettiamo? È questo il movimento del mondo? Un infimo sfasamento che
rovina per sempre la possibilità della perfezione? Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono? Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità… Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e che sono sprofondati per sempre nel nulla… Lo smacco appena un pelo più in là… Ma soprattutto mi è venuta un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?

Complimenti al movimento del mondo! Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.

Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 95] – Muriel Barbery

Adulti

Nel nostro universo la vita umana è vissuta così: occorre ricostruire continuamente la propria identità di adulti, un fragilissimo assemblaggio sbilenco ed effimero che maschera la disperazione e racconta a se stesso, davanti allo specchio, la menzogna alla quale abbiamo bisogno di credere. Per papà, il giornale e il caffè sono bacchette magiche che lo trasformano in un uomo importante. Come la zucca in una carrozza. […] Ma a che prezzo! A che prezzo conduciamo questa esistenza falsa! Quando sopraggiunge una crisi e cadono le maschere – e una crisi sopraggiunge sempre tra i mortali – la verità è terribile!

[…]

Perchè quelli cattivi sul serio odiano tutti quanti, ovvio, ma soprattutto se stessi. voi non lo percepite quando qualcuno odia se stesso? diventa un morto pur essendo vivo, anestetizza i cattivi sentimenti, ma anche quelli buoni, per non provare il disgusto di sè

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 86] – Muriel Barbery

Un’ipotesi da uno psicologo della mutua

Se c’è una cosa che non tollero assolutamente è che la gente trasformi la propria impotenza o alienazione in un credo.

[…]

Ma di fatto mi chiedo se Colombe non sia solo un caso esasperato che riflette l norma. Tutti noi non affrontiamo forse la vita come fosse un servizio militare, tirando avanti nell’attesa del congedo o della battaglia? Alcuni puliscono la camerata, altri stanno con le mani in mano, passano il tempo a giocare a carte, trafficano, brigano. Gli ufficiali comandano, le burbe obbediscono, ma nessuno si lascia ingannare da questa commedia a porte chiuse: una mattina bisognerà andare tutti a morire, ufficiali e soldati, idioti e furbi che spacciano sigarette al mercato nero o fanno traffico di carta igienica.

Vi propongo, al volo, un’ipotesi da psicologo della mutua: Colombe è talmente caotica interiormente, talmente vuota e ingombra al tempo stesso, che tanta di mettere ordine dentro di sé sistemando e pulendo l’interno…di casa sua. Divertente, vero? Ho capito da un pezzo che gli strizzacervelli sono dei comici che considerano la metafora roba da grandi studiosi. In realtà, e alia portata di qualsiasi primino. Ma dovete sentire gli amici psicologi della mamma come si compiacciono per il minimo gioco di parole, e dovete sentire anche le stupidaggini che la mamma riferisce, perché lei racconta a tutti le sue sedute dallo psicologo come se fosse stata a Disneyland: l’attrazione “vita in famiglia”, il palazzo degli specchi “la mia vita con mia madre”, l’otto volante “la mia vita senza mia madre”, il museo degli orrori “la mia vita sessuale” (a bassa voce per non farmi sentire) e, per finire, il tunnel della morte “la mia vita di donna in premenopausa”.   Ma quello che mi fa paura di Colombe e che spesso ho come l’impressione che non provi nulla. Tutto ciò che Colombe esprime, a livello di sentimenti, e talmente studiato, talmente falso che mi chiedo se senta davvero qualcosa. E certe volte mi fa paura. Magari e una pazza furiosa, magari cerca a tutti i costi di provare qualcosa di autentico e per riuscirci potrebbe compiere un gesto inconsulto.

“L’eleganza del riccio” [Paloma] – Muriel Barbery

Vitamina C

Quindi la mamma nutre le sue piante così come ha nutrito i figli: acqua e concime per la kenzia, fagiolini e vitamina C per noi. Ed ecco il nocciolo del paradigma: rimani concentrato sull’oggetto, procuragli i principi nutritivi che dall’esterno vanno verso l’interno e che, agendo da dentro, lo fanno crescere e gli fanno bene. Una spruzzatina sulle foglie, ed ecco che la pianta è pronta per affrontare la vita. Guardala con un misto di inquietudine e di speranza, consapevole della fugacità della vita, preoccupata per gli incidenti che possono capitare, ma nello stesso tempo soddisfatta per aver fatto tutto il possibile, per aver svolto il tuo ruolo di nutrice: per un po’ ci si sente tranquilli e al sicuro. E’ così che la mamma vede la vita: una serie di azioni esorcizzanti, inefficaci quanto una spruzzatina, che danno una breve illusione di sicurezza. Sarebbe molto meglio se potessimo condividere la nostra insicurezza, penetrare tutti insieme dentro noi stessi e dichiarare che i fagiolini e la vitamina C, pur nutrendo l’animale, non salvano la vita e non sostentano lo spirito.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 71] – Muriel Barbery

Il mondo

Quelli più forti

Fra tutti gli uomini

Non fanno nulla

Parlano solamente

Parlano di continuo

[…]

“Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare insegna agli insegnanti, e chi non sa insegnare agli insegnanti fa politica”

A tutti è parsa un’idea molto acuta, ma per motivi fondamentalmente sbagliati.
“E’ proprio vero” ha detto Colombe, la specialista in finta autocritica. Lei è una di quelli che pensano che sapere è potere e perdono. Se sono consapevole di far parte di un’elite autocompiaciuta che liquida il bene comune per eccesso di arroganza, evito le critiche e ottengo il doppio del prestigio. Anche papà tende a ragionare nello stesso modo, nonostante sia meno cretino di mia sorella. Lui crede ancora che esista una cosa chiamata dovere e, benché secondo me si tratti di una pura chimera, ciò lo rende immune dalla demenza del cinismo. Mi spiego: non c’è nessuno più puerile del cinico, perché il cinico crede ancora con tutte le sue forze che il mondo abbia un senso e non riesce a rinunciare alle sciocchezze dell’infanzia, tanto che assume l’atteggiamento opposto. “Non credo più a nulla, la vita è una puttana e ne godrò fino alla nausea” sono le parole esatte dell’ingenuo scocciato. E’ così che la pensa mia sorella. Sarà anche una normalista ma crede ancora a Babbo Natale, non perché sia una persona di buon cuore ma perché è decisamente infantile. Quando il collega di papà se n’è uscito con la sua bella frase, lei ridacchiava stupidamente, della serie “l’anafora è il mio forte”, ed è stata la conferma di quello che penso da un bel pezzo: Colombe è un disastro totale.

Io però credo che questa frase sia davvero un pensiero profondo, proprio perché non è vera, o perlomeno non del tutto. Il suo significato non è quello che appare a prima vista. Se nella scala sociale si salisse in funzione della propria incompetenza, vi garantisco che il mondo non girerebbe come gira oggi. Ma il problema non sta qui. Il significato di questa frase non è che gli incompetenti hanno un posto in prima fila, ma che non c’è niente di più duro e ingiusto della realtà umana: gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. E’ una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. E’ un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda.

 

“L’eleganza del riccio” [Paloma] – Muriel Barbery

L’Arte

Tolti l’amore, l’amicizia e la bellezza dell’Arte, non c’è molto altro di cui la vita umana si possa nutrire. Sono ancora troppo giovane per ambire veramente all’amore e all’amicizia. Ma l’Arte… se avessi dovuto vivere, per me sarebbe stata tutto. Insomma, quando dico Arte bisogna intenderci: non parlo dei capolavori dei maestri. Nemmeno Vermeer mi fa amare la vita. È sublime, ma è morto. No, io penso alla bellezza nel mondo, a ciò che può elevarci nel flusso della vita. Quindi Il diario del movimento del mondo sarà dedicato al moto delle persone, dei corpi, oppure, se proprio non c’è niente d’interessante, a quello degli oggetti, per trovare qualcosa che sia abbastanza estetico da dare valore all’esistenza. Grazia, bellezza, armonia, intensità. Se le scopro, allora forse dovrò riconsiderare le varie opzioni: se, in mancanza di una bella idea per la mente, trovo un bel movimento di corpi, allora forse penserò che la vita vale la pena di essere vissuta.

“L’eleganza del riccio” [Paloma] – Muriel Barbery

Nella boccia dei pesci rossi

Sogni le stelle

Nella boccia dei pesci

Rossi finisci

A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come le mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimomo e si chiedono quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare. Per i più intelligenti diventa perfino una religione: ah, spregevole vacuità dell’esistenza borghese! Alcuni cinici di questo tipo cenano alla tavola di papà: “cosa ne è stato dei nostri sogni di gioventù?” si domandano con aria disincantata e soddisfatta. “Sono volati via, e la vita è propiro bastarda”. Non sopporto questa finta lucidità dell’età matura. La verità è che sono come tutti gli altri, ragazzini che non capiscono cosa sia successo e che giocano a fare i duri mentre avrebbero voglia di piangere.

Eppure non è così difficile da capire. Il problema è che i bambini credono ai discorsi dei grandi e, una volta grandi, si vendicano ingannando a loro volta i figli. «La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo» è la bugia universale a cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. Il mistero rimane, ma tutta l’energia disponibile è andata da tempo sprecata in stupide attività. Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi.

La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranza siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che si eviterebbero almeno un trauma, quello della boccia.

[…]

Ma una cosa è certa, nella boccia non ci vado. È una decisione ben ponderata. Anche per una persona come me, così intelligente, così portata per lo studio, così diversa dagli altri e così superiore ai più, la vita è già perfettamente prestabilita, e viene quasi da piangere: a quanto pare nessuno ha pensato che, se l’esistenza è assurda, una brillante riuscita non vale più di un fallimento. È solo più piacevole. Anzi, nemmeno: credo che essere coscienti renda il successo amaro, mentre la mediocrità spera sempre in qualche cosa.

E così ho preso una decisione. Ma una cosa è certa, nella boccia non ci vado. È una decisione ben ponderata. Anche per una persona come me, così intelligente, così portata per lo studio, così diversa dagli altri e così superiore ai più, la vita è già perfettamente prestabilita, e viene quasi da piangere: a quanto pare nessuno ha pensato che, se l’esistenza è assurda, una brillante riuscita non vale più di un fallimento.

[…]

Ma una cosa è certa, nella boccia non ci vado. È una decisione ben ponderata. Anche per una persona come me, così intelligente, così portata per lo studio, così diversa dagli altri e così superiore ai più, la vita è già perfettamente prestabilita, e viene quasi da piangere: a quanto pare nessuno ha pensato che, se l’esistenza è assurda, una brillante riuscita non vale più di un fallimento. È solo più piacevole.

 

[…]

 

Al liceo è già più difficile: l’età adulta fa capolino, si intuiscono già i modi di fare dei grandi, ci si chiede quale ruolo e quale posto ci verrà assegnato in questa recita, e qualcosa si è già guastato, la boccia dei pesci non è più molto lontana.

“L’eleganza del riccio” [Paloma, 16, 151] – Muriel Barbery

Capisco cosa significa morire

Questa mattina capisco cosa significa morire: nel momento in cui scompariamo     sono gli altri a morire per noi, poiché io sono riversa su un suolo un po’ freddo e mi burlo del trapasso; questa mattina non ha più senso di ieri. Ma io non rivedrò più quelli che amo, e se morire e questo, hanno ragione a dire che e una tragedia.

[…]

Lucien, eccoti su una fotografia ingiallita, come un medaglione davanti agli occhi della mia memoria. Sorridi, fischietti. Anche tu hai provato questo, la mia morte e non la tua, la fine dei nostri sguardi, ben prima del terrore di sprofondare nell’oscurità? Cosa resta esattamente di una vita, quando quelli che l’hanno vissuta insieme sono ormai morti da cosi tanto? Oggi provo una strana sensazione, quella di tradirti; morire e come ucciderti davvero. Quindi non è una prova già abbastanza dura sentire che gli altri si allontanano; dobbiamo mettere di nuovo a morte quelli che ormai sopravvivono solo in noi. Eppure sorridi, fischietti, e all’improvviso anch’io sorrido. Lucien… Ti ho voluto molto bene, eh si, e per questo forse merito il riposo. Dormiremo in pace nel piccolo cimitero del nostro paese. In lontananza si sente il fiumiciattolo. Ci pescano la cheppia e anche il ghiozzo. Dei bambini vengono a giocare qui, urlando a squarciagola. La sera, al tramonto, si ode l’angelus.

[…]

Come si decide il valore di una vita? L’importante, mi ha detto un giorno Paloma, non è morire, ma cosa si fa nel momento in cui si muore. Che cosa facevo nel momento della morte? mi chiedo, avendo una risposta già pronta nel tepore del mio cuore.

Che cosa facevo?

Avevo incontrato l’altro ed ero pronta ad amare.

Dopo cinquantaquattro anni di deserto affettivo e morale, appena ingentilito dalla tenerezza di Lucien che era solo l’ombra rassegnata di me stessa, dopo cinquantaquattro anni di clandestinità e muti trionfi nell’interiorità ricolma di uno spirito abbandonato, dopo cinquantaquattro anni di odio per un mondo e una casta che mi servivano da sfogo per le mie futili frustrazioni, dopo cinquantaquattro anni di niente, senza incontrare mai nessuno né stare mai con gli altri:

“L’eleganza del riccio” [Renée, 312] – Muriel Barbery

 

Ciechi in piena luce

Basta aver sperimentato una volta che possiamo essere ciechi in piena luce e, al contrario, vederci nell’oscurità per interrogarci sulla visione. Perché vediamo?

[…] mi colpisce con una forza inaudita la certezza che lo sguardo è come una mano che tenta inutilmente di afferrare l’acqua che scorre. Sì, l’occhio percepisce ma non scruta crede ma non interroga, recepisce ma non indaga, è privo di desiderio e non persegue nessuna crociata.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 297] – Muriel Barbery

Possiamo essere tanto simili eppure tanto diversi?

Possiamo essere tanto simili e vivere in universi così distanti? E’ possibile che condividiamo la stessa frenesia, pur non avendo in comune né lo stesso suolo né lo stesso sangue né la stessa ambizione?

E’ possibile che condividiamo la stessa frenesia, pur non avendo in comune ne lo stesso suolo né lo stesso sangue né la stessa ambizione? Tibere… In verità mi sento stanca, stanca di tutti questi ricchi, stanca di tutti questi poveri, stanca di tutta questa farsa… Lev salta giù dalla poltrona e viene a strusciarsi alia mia gamba. Questo gatto, obeso solo per una questione di carità, e anche un’anima generosa che sente le oscillazioni del mio cuore. Stanca, si, stanca…

Bisogna che qualcosa finisca, bisogna che qualcosa cominci.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 293] – Muriel Barbery

Qual é la guerra che combattiamo, certi della disfatta?

Qual è la guerra che combattiamo, certi della disfatta? Un mattino dopo l’altro, già stremati da tutte le battaglie che sopraggiungono, rinnoviamo lo spavento della vita quotidiana, un corridoio infinito che nelle ultime ore sarà valsa la pena aver così a lungo percorso. Sì angelo mio, ecco la vita quotidiana: tetra vuota e sommersa di fatica. Le vie dell’inferno non le sono affatto estranee; ci cadiamo un giorno  per essere rimasti troppo tempo qui. Da un corridoio alle vie: allora avviene la caduta, senza urti né sorprese. Ogni giorno ritroviamo la tristezza del corridoio e, passo dopo passo, proseguiamo il cammino della nostra oscura condanna.
Ma lui vide quelle vie? Dopo la caduta come si rinasce? Quali nuove pupille negli occhi bruciati? Dove comincia la guerra e dove finisce?

Allora una camelia

“L’eleganza del riccio” [Renée, 288] – Muriel Barbery

Clac

Monsieur Ozu mi guarda.

Io lo guardo.

E’ come se qualcosa mi si rompesse in petto, con un piccolo clac insolito, quasi una valvola che si apre e si richiude brevemente. Poi assisto, impotente, al leggero tremito che mi scuote il busto, e neanche a farlo apposta mi sembra che lo stesso accenno di trasalimento agiti le spalle del mio dirimpettaio.

Ci guardiamo, esitanti.

Poi, dalla bocca di monsieur Ozu esce una specie di oh, oh, oh molto delicato e molto tenue.

Mi rendo conto che dalla gola mi sale lo stesso oh, oh, oh felpato ma irrefrenabile.   Tutti e due facciamo oh, oh, oh, piano piano, guardandoci increduli.

Poi gli oh, oh, oh di monsieur Ozu si intensificano.

I miei oh, oh, oh somigliano a una sirena d’allarme.

Continuiamo a guardarci, emettendo degli oh, oh, oh sempre più sfrenati. Ogni volta che si calmano, ci guardiamo e ripartiamo con una nuova sequela. Io non mi sento più la pancia, monsieur Ozu piange a non finire.

Quanto tempo restiamo li, a ridere convulsamente davanti alia porta del WC? Non saprei. Ma dura abbastanza da sfinirci.

Perpetriamo qualche altro oh, oh, oh stremato, poi tomiamo seri, per stanchezza più che per sazietà.

«Andiamo in salotto» dice monsieur Ozu, giunto decisamente per primo al traguardo del fiato recuperato.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 216] – Muriel Barbery

La bramosia umana

La bramosia umana! Non possiamo smettere di desiderare, e questo ci esalta e ci uccide al contempo. Il desiderio! Ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un’altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l’energia di volere sempre quello che non possiamo possedere e ci getta all’alba sull’erba disseminata di cadaveri, affidandoci fino alla morte progetti che appena compiuti subito rinascono. Ma è così estenuante desiderare incessantemente.  Ben presto aspiriamo a un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio né fine e in cui la bellezza non sia più finalità né progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è l’Arte. Ho dovuto forse imbandirlo questo tavolo? Per vedere queste pietanze ho dovuto desiderarle? Da qualche parte altrove, qualcuno ha voluto questo pasto, ha aspirato a questa trasparenza cristallina e ha perseguito il piacere di carezzare con la propria lingua il serico sapore salato di un’ostrica al limone. È stato necessario questo progetto incastonato in altri cento e da cui ne sgorgano altri mille, questo intento di preparare e di assaporare un banchetto di molluschi – questo progetto altrui, per l’esattezza perché il quadro prendesse forma.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 198] – Muriel Barbery

Il troppo

In cantina madame Rosen ha un doppione di tutto. E’ più felice per questo? In una stanza ci si vede meglio se ci sono due lampade uguali?
[…]
“Io ho due lampade uguali su due comodini identici” dico, ricordandomi all’improvviso la faccenda.
“Anch’io!” dice Manuela.
Scuote la testa.
“Forse stiamo male per colpa del troppo”
[…]
Siamo dunque due civiltà così corrose dal vuoto che viviamo solo nell’angoscia della privazione? Riusciamo a godere dei nostri beni o dei nostri sensi solo quando siamo certi di poterne godere sempre più? I giapponesi forse sanno che un piacere lo si assapora soltanto sapendo che è unico ed effimero, e al di là di questa consapevolezza sono capaci di terrene le loro vite.
“L’eleganza del riccio” [Renée, 155] – Muriel Barbery

Porte scorrevoli

Due motivi, entrambi legati ai film di Ozu. il primo risiede proprio nelle porte scorrevoli. Fin dal primo film, Il sapore del tè verde, ero rimasta affascinata dallo spazio vitale giapponese e dalle porte scorrevoli che rifiutano di fendere lo spazio in due e scivolano dolcemente su guide invisibili. Giacché, quando noi apriamo una porta, trasformiamo gli ambienti in modo davvero meschino.

Offendiamo la loro piena estensione e a forza di proporzioni sbagliate vi introduciamo un’incauta breccia. A pensarci bene, non c’è niente di più brutto di una porta aperta. Nella stanza dove si trova, introduce una sorta di rottura, un parassitismo provinciale che spezza l’unità dello spazio. Nella stanza contigua provoca una depressione, una ferita aperta e tuttavia stupida, sperduta su un pezzo di muro che avrebbe preferito essere integro. In entrambi i casi turba i volumi, offrendo in cambio soltanto la libertà di circolare, la quale peraltro si può garantire in molti altri modi. La porta scorrevole, invece, evita gli ostacoli e glorifica lo spazio. Senza modificarne l’equilibrio, ne permette la metamorfosi. Quando si apre, due luoghi comunicano senza offendersi. Quando si chiude, ripristina l’integrità di ognuno di essi. Divisione e riunione avvengono senza ingerenze. Lì la vita è una calma passeggiata, mentre da noi è simile a una lunga serie di violazioni”

“L’eleganza del riccio” [Renée, 146] – Muriel Barbery

Felicità

È ciò che succede in tanti momenti felici della nostra esistenza. Sollevati dal fardello della decisione e dell’intenzione, navigando sui nostri mari interiori, assistiamo ai nostri movimenti come se fossero le azioni di un altro e tuttavia ne ammiriamo l’involontaria eccellenza. Quale altro motivo potrei avere io per scrivere questo, il ridicolo diario di una portinaia che invecchia, se non che la scrittura somiglia all’arte del falciare? Quando le righe divengono demiurghe di se stesse, quando assisto, come un miracoloso insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alia mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere, gioisco di questo parto indolore, di questa evidenza non calcolata, e del fatto che seguo senza fatica né certezza, con la felicità delle meraviglie sincere, una penna che mi guida e mi porta.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 118] – Muriel Barbery

Come scorre la vita dunque?

Come scorre la vita dunque? Giorno dopo giorno ci sforziamo con risolutezza di fare la nostra parte in questa commedia fantasma. Da primati quali siamo, la nostra attività consiste essenzialmente nel mantenere e curare il nostro territorio affinché ci protegga e ci soddisfi, nell’arrampicarci o almeno non scendere nella scala gerarchica della tribù, e nel fornicare in tutti i modi possibili – foss’anche con la fantasia – sia per il piacere che per la discendenza promessa. Allo stesso modo usiamo una parte non trascurabile della nostra energia per intimidire o sedurre, poiché queste due strategie da sole assicurano la brama territoriale, gerarchica e sessuale che anima il nostro conatus. Ma niente di tutto ciò raggiunge la nostra coscienza. Parliamo di amore, di bene e di male, di filosofia e di civiltà, e ci attacchiamo a queste rispettabili icone come una zecca assetata al suo cagnolone caldo.

Tuttavia, talvolta la vita ci pare una commedia fantasma. Come strappati da un sogno, ci guardiamo agire e, raggelati nel constatare il dispendio vitale necessario a conservare i nostri requisiti primitivi, ci chiediamo sbigottiti che cosa ne è dell’Arte. D’improvviso, le nostre smorfie frenetiche ci sembravano il colmo dell’insensatezza, la nostra casetta confortevole, frutto di un debito ventennale, una vana usanza barbara, e la nostra posizione nella scala sociale, tanto dura da conquistare e così eternamente precaria, una logora vanità. Riguardo alla nostra discendenza, la contempliamo con occhio nuovo e inorridito perché, senza gli abiti dell’altruismo, l’atto della riproduzione appare profondamente fuori luogo. Restano solo i piaceri sessuali; ma, trascinati nel fiume della miseria primigenia, vacillano come tutto il resto, poiché la ginnastica senza amore non rientra nel quadro delle nostre lezioni imparate a memoria.

L’eternità ci sfugge.

Nei giorni in cui tutte le credenze romantiche, politiche, intellettuali, metafisiche e morali che anni di istruzione ed educazione hanno tentato di imprimere in noi crollano sull’altare della nostra natura profonda, la società, territorio attraversato da grandi onde gerarchiche, affonda nel nulla del Senso. Fuori i poveri e i ricchi, i pensatori, i ricercatori, i potenti, gli schiavi, i buoni e i cattivi, i creativi e i coscienziosi, i sindacalisti e gli individualisti, i progressisti e i conservatori; non sono che ominidi primitivi i cui sorrisi e le cui smorfie, le andature e le acconciature, il linguaggio e i codici, inscritti nella mappa genetica del primate medio, significano solo questo: mantenere la posizione o morire.

In quei giorni avete disperatamente bisogno d’Arte. Aspirate ardentemente a riavvicinarvi all’illusione spirituale, desiderate appassionatamente che qualcosa vi salvi dal destino biologico, affinché la poesia e la grandezza non siano del tutto estromesse da questo mondo.

Allora bevete una tazza di tè oppure guardate un film di Ozu, per sottrarvi al cerchio delle disfide e delle battaglie che sono prerogativa della nostra specie dominante, e per dare a questo patetico teatro l’impronta dell’Arte e delle sue opere maggiori.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 90] – Muriel Barbery

Verità

Nei momenti supremi la verità deve pur venire a galla. […] tutti noi, quando non abbiamo più vie di uscita, dobbiamo affrontare il destino in cui siamo imprigionati, e all’epilogo essere quello che siamo sempre stati nel profondo, qualunque fosse l’illusione in cui ci siamo voluti cullare.

[…]

Sì, è piacevole in quanto gioiamo di un duplice dono: veder consacrata, attraverso questa infrazione all’ordine delle cose, l’immutabilità di un rituale cui avevamo dato vita insieme affinché, un pomeriggio dopo l’altro, esso si radicasse nella realtà tanto da darle senso e consistenza, un rituale che dalla trasgressione di stamani trae immediatamente tutta la sua forza – ma ci gustiamo anche, come un nettare prezioso, il meraviglioso dono di questa mattina incongrua in cui i gesti meccanici prendono nuovo slancio, in cui annusare, bere, posare, servirsi ancora e sorseggiare rinascono a nuova vita. Questi attimi in cui si rivela la trama della nostra esistenza, attraverso la forza di un rituale che rinnoveremo con un piacere accresciuto dall’infrazione, sono parentesi magiche che gonfiano il cuore di commozione, perché all’improvviso il tempo è stato fecondato, in modo fugace ma intenso, da un po’ di eternità. Fuori il mondo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana.

[…]

Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?

“L’eleganza del riccio” [Renée, 82] – Muriel Barbery

Malattia

Quando la malattia entra in una casa non si impossessa soltanto di un corpo, ma tesse tra i cuori un’oscura rete che seppellisce la speranza. Come una ragnatela che avvolgeva i nostri progetti e il nostro respiro, giorno dopo giorno la malattia inghiottiva la nostra vita. Quando rincasavo, avevo la sensazione di entrare in un sepolcro e avevo sempre freddo, un freddo che niente riusciva a mitigare, al punto che negli ultimi tempi, quando dormivo al fianco di Lucien, mi sembrava che il suo corpo assorbisse tutto il calore che il mio era riuscito a trafugare altrove

“L’eleganza del riccio” [Renée, 66] – Muriel Barbery

Libri

Ho letto tanti libri….

Eppure, come tutti gli autodidatti, non sono mai sicura di quello che ho capito. Un giorno mi sembra di abbracciare con un solo sguardo la totalità del sapere, come se all’improvviso invisibili ramificazioni nascessero, e intrecciassero fra loro tutte le mie letture sparse – poi subito il senso scivola via, l’essenziale mi sfugge, e per quanto rilegga le stesse righe ogni volta mi appaiono più inafferrabili, mentre io mi vedo come una vecchia pazza che crede di avere la pancia piena soltanto perché ha letto attentamente il menù. Pare che questa competenza di talento e cecità sia il tratto distintivo dell’autodidatta. Pur privando il soggetto della guida sicura che ogni buona formazione fornisce, gli dona tuttavia libertà e capacità di sintesi del pensiero, laddove i discorsi ufficiali frappongono barriere e vietano l’avventura.”

“L’eleganza del riccio” [Renée, 47] – Muriel Barbery

Bellezza bruttezza intelligenza

Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza  si perdona tutto, persino la volgarità. E l’intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del gioiello. La bruttezza, invece, di per sé è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 41] – Muriel Barbery

Essenza

Alcune persone sono incapaci di cogliere l’essenza della vita e il soffio intrinseco in ciò che contemplano, e passano la loro esistenza a discutere sugli uomini come si trattasse di automi, e sulle cose come se fossero prive di anima e si esaurissero in ciò che di esse si può dire, sulla base di ispirazioni soggettive.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 28] – Muriel Barbery

Troppo

In cantina madame Rosen ha un doppione di tutto. E’ più felice per questo? In una stanza ci si vede meglio se ci sono due lampade uguali?

[…]

“Io ho due lampade uguali su due comodini identici” dico, ricordandomi all’improvviso la faccenda.

“Anch’io!” dice Manuela.

Scuote la testa.

Forse stiamo male per colpa del troppo

[…]

Siamo dunque due civiltà così corrose dal vuoto che viviamo solo nell’angoscia della privazione? Riusciamo a godere dei nostri beni o dei nostri sensi solo quando siamo certi di poterne godere sempre più? I giapponesi forse sanno che un piacere lo si assapora soltanto sapendo che è unico ed effimero, e al di là di questa consapevolezza sono capaci di terrene le loro vite.

“L’eleganza del riccio” [Renée, 155] – Muriel Barbery

I desideri

Gli uomini, che si danno dietro ai desideri, dovrebbero attenersi invece ai propri bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio verrà imbavagliata potrà nascere un’organizzazione sociale nuova, purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie deleterie.

“Chi semina desiderio raccoglie oppressione” sono sul punto di mormorare, come se mi ascoltasse solo il mio gatto.

Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”